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White Widow: come e perché questo strain è passato alla storia

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Gli sviluppatori di varietà di marijuana fanno a gara a trovare il nome più evocativo per i loro prodotti. Alcuni sono semplici come Cookies, altri evocativi come Moonrock. Oggi vogliamo parlare di uno strain dal nome inquietante, ma appropriato: la White Widow.

Dove e quando nasce la White Widow

Ogni varietà di cannabis ha una sua storia personale, un po’ come fosse una casata reale o una specie canina. E come queste ultime, anche gli strain di marijuana regalano racconti fantastici, spesso pieni di mistero e intrighi.

La White Widow non fa eccezione, e la sua storia è interessante e peculiare. Prima di tutto, è interessante perché relativamente recente. Siamo infatti abituati a considerare le varietà più antiche come più “nobili”, forse perché indubbiamente più famose. Il che non deve stupire dato che uno strain come lo skunk, che esiste dagli anni sessanta e non accenna a scendere dalla sua posizione nei primi posti delle classifiche, deve essere necessariamente fenomenale. La popolarità della White Widow invece ha avuto una crescita molto più esplosiva. Nata negli anni novanta, si è rapidamente guadagnata un posticino nell’olimpo della cannabis.

Ma come è nata la White Widow? Dare una risposta univoca a questa domanda è, sorprendentemente, difficile. Sì, perché se ci si può aspettare che una varietà emersa secoli fa sia avvolta dal mistero, negli anni novanta esisteva già buona parte della tecnologia moderna. Esisteva già la rete, quell’immenso oceano dove nulla va perduto. Sicuramente anche la storia di questo magnifico strain sarà stata registrata in qualche blog, no?

La risposta è no. Perché la storia della White Widow ha origine in un luogo non esattamente avanzato, ma dal quale tutto è iniziato, in certo qual senso. L’India.

Shantibaba, uno dei fondatori della leggendaria Greenhouse Seeds, si trovava infatti in India. Se per piacere o per lavoro non è dato sapere, sebbene è lecito supporre che in certe carriere le due cose coincidono. Un uomo approcciò Shantibaba. Non si sa chi fosse di preciso, probabilmente un coltivatore qualsiasi. I due fumarono un poco, fecero amicizia, e l’uomo invitò Shantibaba a visitare la sua piantagione, nelle montagne del Kerala.

Lì, nascosto fra le montagne, si trovava un tesoro. O meglio la metà di un tesoro che sarebbe diventato poi la White Widow. Shantibaba infatti rimase colpito dalle piantine del coltivatore, che erano state selezionate per innumerevoli generazioni in chissà quanto tempo perché producessero tanta e ottima resina. Tanto ne rimase colpito che quando ritornò in patria (ovviamente Amsterdam), portò con sé una manciata di semi, concessigli dal coltivatore.

Si diede subito da fare, e mise a coltura i semi indiani. Il risultato però non lo soddisfaceva pienamente. Intuiva il potenziale della varietà, ma credeva anche che fosse in parte inespresso. La svolta giunse quando incrociò le piantine indiane con della Sativa brasialiana. Ciò che ne venne fuori fu rivoluzionario. Era nata la White Widow.

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Shantibaba, al secolo Scott Blackey. Australiano di nascita, cittadino del mondo di professione. Il padre (probabile) della White Widow

Figlia del caso e dell’ingegno, la White Widow priviene infatti da semi ottenuti quasi per fortuna e dalla genialità di Shantibaba. Se il coltivatore indiano non avesse fatto amicizia col viaggiatore infatti, o se Shantibaba stesso non avesse sperimentato, oggi il mondo non potrebbe godersi questa eccellente varietà.

Naturalmente, questa è solo una versione della storia. Ne esistono altre, nelle quali Shantibaba non è il padre della White Widow, ma solo colui che l’ha portata alle attenzioni del mondo. Distinguere la realtà è terribilmente difficile, se non impossibile. Una volta che le varietà iniziano a circolare tra gli appassionati infatti non si può dimostrare il reale punto d’origine. E andare in India a scovare il coltivatore originale è, come dire… non semplice.

Una cosa è sicura però: la White Widow è, per quanto relativamente giovane, una varietà che affonda le radici nella misteriosa antichità, e proietta i suoi tralci verso il futuro.

Cosa differenzia la White Widow dagli altri strain

Prima di tutto, la caratteristica chiave della White Widow è la sua altissima produzione di resina. Derivante come dicevamo dalla lunga selezione della “madre” indiana dello strain. Poi colpiscono anche le infiorescenze, che tendono ad essere coniche e tozze. E assolutamente coperte di tricomi. Tricomi che sono lunghi, corposi, e pieni di principio attivo.

È proprio questa sorta di pelliccia di tricomi a conferire alla White Widow il peculiare aspetto, e quindi il nome.

Ma non è solo l’aspetto visivo ad aver battezzato questo strain, c’è anche quello olfattivo. L’aroma della White Widow è infatti pungente, un po’ come quello del ragno colorato all’opposto. Ricorda l’ammoniaca, con note di pino. Una volta aperte le infiorescenze però, l’aroma cambia, e vira verso le note più dolci e speziate dell’incenso.

Per il resto, la White Widow ricorda più una sativa che un’indica, mostrando orgogliosamente la sua ascendenza brasiliana.

E per quanto riguarda il gusto?

L’opinione comune sembra tendere verso un tiepido apprezzamento. Non presenta un profilo di gusto particolarmente memorabile, forse perché non è stata effettivamente selezionata con quello in mente. Gli effetti però, quelli sì che sono indimenticabili.

Gli effetti della White Widow

L’high derivante dalla White Widow è leggendario. Alcuni entusiasti non apprezzano la relativa piattezza dei suoi aromi, o la sensazione di ovattamento che impone alla lingua. Ma tutti sono d’accordo nel riconoscere che gli effetti ripianano ampiamente questi possibili difetti.

Sebbene in media la marijuana tenda a rilassare, la White Widow infonde invece una profonda acutezza dei sensi. La creatività viene amplificata, e le nuove idee arrivano a ritmo battuto ad una mente aperta e agile. Ma non solo. Tra i benefici della White Widow c’è anche quello di stimolare una notevole euforia, cosa che la rende particolarmente adatta nel trattamento di disturbi dell’umore. E anche per gli artisti che soffrono di un temporaneo blocco della creatività.

Infine, non solo le infiorescenze di White Widow producono parecchia resina, ma il contenuto in THC è anch’esso notevole. Cosa che contribuisce a rendere lo strain potente e meritevole delle dovute attenzioni.

La vedova bianca delle competizioni

Vale la pena menzionare un ultimo dettaglio, a ulteriore riprova della validità di questo strain: le competizioni. Qualunque varietà che si rispetti infatti vince prima o poi qualche competizione, e la White Widow non fa eccezione.

Essa ha vinto parecchi premi, e gli ibridi che ha inevitabilmente generato continuano a vincerne tutt’ora. Non possiamo tuttavia omettere la famosissima High Times Cannabis Cup, dove la White Widow vinse il primo posto. Quando? Nel 1995, proprio appena nata, un solo anno dopo il fatidico viaggio di Shantibaba in India. Una vera e propria Vedova Bianca, proveniente dal mistero e pronta a scuotere le fondamenta del mondo della marijuana.

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